Le strategie per il 2011: I Finanziamenti
Quando il partner finanziario non snatura la Pmi familiare
Com’è la vita del private equità nel paradiso europeo del capitalismo familiare? Molto dura, sulla carta, perché sembrano mondi antinomici, fatti apposta per guadarsi con sospetto, fronteggiarsi. Da un lato la gelosia e il conservatorismo del piccolo imprenditore, dall’altro il know how a volte esoterico di un’istituzione finanziaria che si presenta spesso – anche quando è italiana –con terminologie e assonanze anglosassoni. Questo per restare ai luoghi comuni.
Prima di uscirne, però vale la pena ricordare come qualche anno fa, in un altro paradiso europeo della Pmi, la Germania, i fondi di private equità fossero stati demonizzati dal dibattito politico. Locuste, li definì allora segretario della Spd, personaggio arcigno che rispondeva al nome di Franz Munteferinged era braccio destro del cancelliere Gerhard Schroder. Si scomodò una delle piaghe d’Egitto per descrivere un’attività che in alcuni casi era riuscita “predatoria” mentalità votata alo breve termine e concentrata ossessivamente sull’ottimizzazione dlle redditività. Solo che già allora, era il 2005, le statistiche mostravamo come nelle imprese tedesche partecipate da questi fondi il fatturato ma anche l’occupazione crescessero a una velocità doppia rispetto alle altre.
In Italia l’incontro tra questi due mondi e più frequente di quanto si possa immaginare e i luoghi comuni si stanno progressivamente sfaldando,. La crescente necessità di internazionalizzazione delle nostre Pmi è uno dei principali agenti catalizzatori del cambiamento. Assieme a una maggiore presa di coscienza nei confronti di strumenti alternativi al classico finanziamento bancario: “Ho avuto a che fare con almeno tre fondi private equità – racconta Luca Garioni, amministratore delegato della Garioni Navla di Castel Mella a Brescia, produttore di caldaie industriali – e non ho mai litigato con nessuno”. Attualmente il gruppo, che tra le controllate vanta una società svedese specializzata in impianti per le navi, e partecipato al 65% da Cape Natixis Sgr.
La scelta alcuni anni fa di ricorrere a un fondo di private equità, era nata dalla necessità di condividere e finanziare un percorso di crescita, spiega Garioni. La sua azienda ha un fatturato che oscilla tra i 35 e i 45 milioni di euro, con una quota di export intorno al 70& :” La collaborazione con i fondi ci ha portato a miglioratre sopratitto la nostra cultura gestionale e previsionale. Quanto alla redditività, è cresciuta fino a che non è arrivata la crisi. Siamo comunque riusciti a mantenerla stabile a fronte di un fatturato in calo”. Consiglierebbe allora una media impresa come la sua, che conta circa 200 addetti , di “aprirsi” a un fondo di private equità? “Sen’altro, stando però ben attenti a un aspetto, visto che siamo in tempi di crisi, E’ meglio che il fondo entri attraverso un aumento di capitale e non utilizzando la leva finanziaria”.
La collaborazione con un partenr che è diventato socio maggioranza non sembra aver stravolto i principi di gestione tipici di un’azienda, famigliare, fondata dal padre di Luca Garioni, l’Ingegnere Giacomo Garioni nel 1961, la Garioni Macchine Termiche.
Per rispondere alla crisi e al calo di fatturato ha moltiplicato i paesi nei quali andare a cercare il business. Senza mai farsi prendere dal fregola della delocalizzazione: ”Se voglio produrre in un mercato estero è perché voglio attaccare quel mercato. Non mi piace sottrarre posti di lavoro in Italia, noi imprenditori abbiamo una responsabilità sociale”.
Sulla stessa lunghezza d’onda anti-delocalizzatrice è un’altra azienda che ha vissuto un esperienza positiva aprendo il proprio capitale a un partenr finanziario (Banca Aletti) la Lumson di Capergnanica, in provincia di Cremona, attiva nel packaging dell’industria cosmetica. Più media che piccola si è ripresa rapidamente dalla crisi e chiuderà il 2010 su livelli addirittura migliori rispetto a quelli del 2008.